giovedì 5 giugno 2014

«Dialogo della Moda e della Morte»: esortazione a vivere per uno scopo che nobiliti l'esistenza

(articolo apparso su Prima Pagina del 31 maggio 2014)

Scritto a Recanati nel febbraio del 1824, il Dialogo della Moda e della Morte è un accorato atto di accusa contro la vacuità della vita contemporanea, irrimediabilmente corrotta da modelli e comportamenti sociali del tutto frivoli e incompatibili con quella cultura che, a parere di Leopardi, costituisce il solo mezzo a disposizione per la conquista del vero. Al pari di molte altre Operette morali, questo Dialogo è espressione di un drastico pessimismo: l'umanità ha cioè imboccato una strada senza uscita, e procede a passo spedito verso un orizzonte di angosciante indifferenza. Non solo, infatti, essa è sempre più intorpidita e inconsapevole, ma cede – per ignoranza e repulsione nei confronti della cultura – al fascino seduttore di falsi ed ingannevoli miti, facendosi trovare completamente impreparata all'appuntamento, improcrastinabile, con la morte.
Il Dialogo si apre con le pressanti richieste della Moda, che domanda alla Morte – raffigurata come uno scheletro in costante movimento – di fermarsi un momento per ascoltarla. Questa però si mostra contrariata, infastidita dall'insistenza della sua interlocutrice: «Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai», replica stizzita. Ma la Moda, per nulla intimorita, non vuole sentire ragioni, e in tono provocatorio ribatte: «Come se io non fossi immortale».
Stupita da tanto ardire (e più che altro incredula), la Morte accetta, incuriosita, di proseguire il dialogo. E la Moda, finalmente degnata di attenzione, afferma di essere sua sorella, poiché entrambe – aggiunge – sono «nate dalla Caducità» e mirano «a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù». Il concetto è approfondito nella battuta seguente: «Dico – è sempre la Moda che parla – che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali». Per seguire la moda, infatti, l'uomo moderno mette di continuo a repentaglio la propria salute fisica (qui Leopardi allude all'usanza di «sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi», di «abbruciacchiare le carni [...] con stampe roventi» [i tatuaggi], di «sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni» e di fare uso di calzature e bustini strettissimi), incurante dei disagi e del dolore. Il che non fa altro che facilitare il compito della Morte, la quale deve fare i conti con un'umanità distratta e arrendevole.
Convintasi a questo punto della plausibilità della parentela («In conclusione io ti credo che mi sii sorella»), la Morte propone dunque alla sua interlocutrice di pianificare una più efficace collaborazione, al fine di semplificarsi il lavoro. Replica però, con malcelato risentimento, la Moda: «Io l'ho fatto già per l'addietro più che non pensi. Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo». E ancora, in risposta alla battuta sarcastica della Morte («Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!»): «A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita». Il risultato – prosegue la Moda – è che «la vita stessa [...] è più morta che viva».
Leopardi, in sostanza, sta dicendo che il mondo moderno ha perso di vista le virtù – fisiche e morali – dell'uomo dell'antichità. Se un tempo, infatti, la vita era concepita come una lunga sfida alla morte (il che significava essere determinati a lasciare traccia di sé dopo il trapasso), nella civiltà ossessionata dalla moda (una civiltà apatica, rassegnata e inconcludente) il traguardo della sopravvivenza oltre i limiti dell'esistenza terrena risulta essere pressoché irraggiungibile. Anzi: a dire il vero, esso non è neppure più percepito come traguardo. La conclusione, a questo punto scontata, del dialogo è che l'unione di Moda e Morte non fa altro che rendere irreversibile l'annichilimento degli esseri umani, per i quali la fine della vita coincide sempre più spesso con la fine di tutto.
L'Operetta di Leopardi è pertanto una severa denuncia del malcostume della società contemporanea. Il che suscita immediatamente un interrogativo: per quale motivo lo scrittore pessimista per antonomasia dovrebbe rimpiangere i tempi passati, e quindi indirettamente ammettere – attraverso la critica del presente – che, quantomeno a livello teorico, si possa sfidare la morte? Forse che il suo pessimismo vada attentamente decifrato e circoscritto alla mancata fiducia non nell'umanità in senso lato, ma nell'umanità che è espressione sempre più deprimente della modernità?
Un conto, infatti, è negare in senso assoluto che una "convivenza" tra l'uomo e l'idea della morte sia possibile; altra cosa è sostenere che la virtù degli antichi sia ormai niente più che un lontano ricordo. Vale a dire: essa sarà anche andata perduta, ma è esistita e, potenzialmente, potrebbe essere recuperata, a patto però – s'intende – di guardare in faccia la realtà. E qual è, in effetti, la nostra realtà? Oggi – e non è difficile immaginare cosa scriverebbe Leopardi nel 2014 – viviamo in un mondo per il quale la morte è diventata un tabù: siccome non sappiamo come affrontarla, meglio evitare di parlarne. Eppure è evidente che per trovare un motivo valido che giustifichi la nostra presenza su questa terra occorre partire proprio dalla consapevolezza che abbiamo tutti una data di scadenza. La vita – lascia intendere Leopardi – è troppo breve per sprecarla inseguendo falsi miti: la moda non è altro che una perdita di tempo, una distrazione infantile che, a lungo andare, ci rende schiavi della banalità.
Il problema di fondo è pertanto racchiuso in una domanda: come gestire l'ineluttabilità della morte? L'unica soluzione è fare in modo che la consapevolezza della caducità umana retroagisca come motivazione; il che è l'esatto contrario di quello che si verifica oggi. Posto infatti che il nostro secolo, giacché teme la morte più di ogni altra cosa, esorcizza l'angoscia del trapasso con la moda, non c'è da stupirsi se la fine di una vita ci coglie sempre più impreparati. Al contrario, se si accetta di guardare la morte negli occhi, il rischio di sprecare il tempo a disposizione diminuisce. La vita, in altre parole, è un lungo allenamento della capacità di sopportare l'inquietante consapevolezza che tutto è destinato a perire. È inutile – ed estremamente controproducente – far finta di niente e, al pari degli struzzi, nascondere la testa sotto la sabbia: come ci dice Alan Ball, pluripremiato regista di capolavori quali American Beauty e Six Feet Under, «Everyone's Waiting», ognuno attende (l'inevitabile).
Leopardi ci fa capire che l'obiettivo della nostra vita è creare i presupposti per essere rimpianti dopo morti. Lasciare traccia di sé, delle proprie opere, del bene che si è seminato: è questo il solo rimedio contro l'angoscia che ci tormenta a causa della nostra transitorietà. La morte deve diventare un pungolo che ci spinge a dare il meglio di noi stessi, così che quando cesseremo di vivere qualcuno si accorga della nostra dipartita. È questo il solo, dignitoso modo per dare un senso all'esistenza terrena: diventare importanti per qualcuno, donare se stessi per il bene altrui, alleviare le sofferenze di chi è afflitto dal dolore. Tanto è inutile illudersi: tutto ha una fine, compreso il mondo che abbiamo la fortuna di abitare. E se anche non riusciamo a convincerci che la vita abbia (o meriti) uno scopo, anche se non crediamo in Dio e siamo persuasi che l'universo sia governato dal caso, la questione di fondo resta sempre la stessa: perché vivere sprecando inutilmente i nostri giorni? Perché inseguire falsi miti? Piuttosto rendiamoci utili, ribelliamoci alla rassegnazione. Facciamo in modo che quando ce ne saremo andati le persone a noi care sentano davvero la nostra mancanza. E, soprattutto, sforziamoci di vivere senza rimpianti, perché non si dica che siamo esistiti per niente. Così facendo, qualunque sorpresa ci riservi il destino, abbiamo forse qualche cosa da perdere?

Appuntamento ogni sabato su Prima Pagina con la rubrica All'apparir del vero

1 commento:

  1. secondo la mia opinione la moda fa dei piccoli esempi delle nuove tendenze imposta dagli uomini che causeranno delle malattie; invece della morte in merito dice se c'è ancora la moda di morte altrimenti nessuno muore. La moda ha messo l'ordine.

    RispondiElimina