lunedì 7 aprile 2014

«Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie»: semplice fuga dalla «prosaica realtà»?

(articolo apparso su Prima Pagina del 5 aprile 2014)

Pubblicato nel 1865 – in piena età vittoriana –, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie è il capolavoro del reverendo e matematico inglese Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll. L'origine del libro è rievocata in una poesia introduttiva che precede il primo capitolo. Il 4 luglio 1862 Carroll fece una gita in barca in compagnia del reverendo Robinson Duckworth (i due erano colleghi, essendo entrambi docenti ad Oxford) e delle tre giovani figlie del grecista Henry George Liddell, dean del Christ Church College. Secondo la testimonianza dell'autore, la storia di Alice venne inventata in quell'occasione, per accogliere la richiesta delle bambine, «tre visi intenti, assetati di notizie del paese delle fate, che non avrebbero mai accettato un "no", e dalle cui labbra il "Ti prego, raccontaci una storia" aveva tutta la rigida ineluttabilità del Fato!». Fu poi Alice Liddell, per età la seconda delle tre figlie di Henry George, ad insistere perché la storia fosse messa per iscritto: a lei si deve pertanto la stesura del romanzo, che dapprima (pensato come regalo proprio per la bambina che, evidentemente, ispirò Carroll per la definizione dei tratti della protagonista del racconto) fu trascritto in soli quattro capitoli, e successivamente fu ampliato e pubblicato con le celebri illustrazioni di John Tenniel.
La trama è estremamente articolata, al punto di rendere pressoché impossibile l'individuazione di una lineare sequenza narrativa. Il racconto inizia con l'immediata introduzione della figura di Alice, la quale, seduta sull'erba accanto alla sorella – che è intenta a leggere un libro –, si annoia a morte e comincia «a non poterne più». Mentre cerca un modo per passare il tempo, sopraggiunge d'un tratto un coniglio bianco: l'animale indossa un panciotto e controlla ansioso un orologio estratto dal taschino. «Povero me! Povero me! Sto facendo tardi!», va dicendo tra sé, affrettando il passo, prima di sparire in una buca posta sotto una siepe.
Incredula, Alice si lancia all'inseguimento del coniglio. Ma, una volta entrata nella sua tana, sprofonda all'improvviso, precipitando in quello che le sembra un pozzo senza fondo. Quando finalmente atterra, senza essersi fatta alcun male, si ritrova in un vestibolo con numerose porte, tutte chiuse a chiave. Quindi si imbatte in un tavolino a tre gambe, sul quale trova una minuscola chiave d'oro, che apre una porticina nascosta dietro una tenda, dalla quale si accede a un giardino meraviglioso. Alice però è troppo grande per passare da quella piccola apertura, e si lascia prendere dallo sconforto, finché non scorge, sempre sul tavolino, una bottiglietta con un cartellino con su scritto «Bevimi». Dopo averne bevuto il contenuto, viene immediatamente rimpicciolita; ma ha dimenticato la chiave sul tavolino, e le sue nuove ridotte dimensioni non le consentono più di raggiungerla. Sconsolata, trova a questo punto un pasticcino «con la parola MANGIAMI formata chiaramente da tante uvette», il cui effetto è quello di ingrandirla nuovamente. Ma, ancora una volta, si ripete la situazione iniziale: ora Alice può raggiungere la chiave sul tavolino, ma è troppo grande per passare dalla porticina. E scoppia in lacrime.
Dopo un po' rientra in scena il coniglio, con un paio di guanti bianchi in una mano e un grosso ventaglio nell'altra. Questi, vedendosi venire incontro una bambina che cerca di attirare la sua attenzione, per lo spavento lascia cadere tutto in terra e corre via. Raccolti gli oggetti del coniglio, Alice presto realizza che il ventaglio ha la proprietà di rimpicciolirla; ma, mentre si dirige verso la porticina, scivola e si ritrova immersa fino al collo nel «laghetto delle lacrime» versate poco prima. Nuotando, si avvicina quindi a un topo e a «una folla di uccelli e di altri animali», con i quali raggiunge la riva. Per asciugarsi, i membri dell'insolita comitiva suggeriscono di dare inizio a una «Corsa Elettorale» (di fatto un andirivieni senza senso in cui ognuno parte e si ferma quando vuole); dopodiché Alice si allontana, raggiungendo la casetta del coniglio bianco (il vestibolo, nel frattempo, è misteriosamente scomparso).
Inizia a questo punto il vero e proprio viaggio nel Paese delle Meraviglie. Alice viene catapultata in un mondo dominato dalle assurdità, dove viene meno il nesso causa-effetto e tutti gli animali sono in grado di parlare. Cambiando continuamente le proprie dimensioni (a seconda di quello che mangia), la giovane visitatrice si ritrova dapprima intrappolata nella casa del coniglio (dal momento che è troppo grande per uscirne); poi si imbatte in figure fantastiche quali il Bruco, intento a fumare il narghilè da sopra un fungo, la Duchessa (che riceve da due Valletti – un pesce e una rana – un invito per una partita di croquet con la Regina), il Gatto del Cheshire (capace di svanire nel nulla), la Lepre Marzolina, il Ghiro e il celebre Cappellaio. Questi ultimi sono seduti in un angolo di un grande tavolo, apparecchiato per molte persone. Dopo essersi seduta a capotavola, Alice apprende che i tre commensali sono soliti prendere il tè cambiando continuamente posto, spostandosi di tazza in tazza. Il motivo, naturalmente, è bizzarro: a causa di un rimprovero della Regina di Cuori (che durante un'esibizione canora in occasione di un concerto l'aveva accusato di assassinare il tempo), il Cappellaio possiede un orologio che segna solo i giorni, ma sempre la stessa ora (le sei, l'ora del tè), sicché manca «il tempo di lavare la roba negli intervalli».
Abbandonata questa stramba comitiva, Alice giunge infine nel bel giardino oggetto del suo iniziale desiderio. Qui, in un mondo abitato da carte da gioco, partecipa al croquet della Regina, che si rivela essere un immane guazzabuglio, anche per l'irascibilità della sovrana, che ordina di mozzare il capo a chiunque le si pari davanti. Dopo essersi imbattuta in nuove strane creature (il Grifone e la Finta Tartaruga), Alice assiste al processo istruito contro il Fante di Cuori, accusato di avere rubato alcune paste da una tavola imbandita dalla Regina. Per decretare la colpevolezza dell'imputato risulta decisiva una lettera senza firma, su cui è trascritta una poesia totalmente priva di senso. «Prima la sentenza e poi il verdetto», prorompe decisa la Regina, ma Alice, che nel frattempo ha cominciato a crescere a dismisura, si oppone. Ormai, forte delle sue grandi dimensioni, non ha più alcun timore di dire ciò che pensa: «Non siete che un mazzo di carte!», afferma con tono risoluto, e immediatamente dopo si sveglia tra le braccia della sorella. Frastornata per l'incredibile sogno, rientra a casa per il tè.
Le ultime pagine del libro contengono una possibile chiave di lettura del racconto. Alice, dopo essersi ridestata, ha appena finito di esporre il suo sogno alla sorella; ed è subito corsa a casa. Scrive a questo punto Carroll: «Ma sua sorella rimase ferma a sedere proprio dove Alice l'aveva lasciata, con la testa appoggiata sulla mano, a guardare il sole al tramonto e a pensare alla piccola Alice e a tutte le sue meravigliose Avventure [...]. Così se ne restò lì a occhi chiusi, quasi credendosi nel Paese delle Meraviglie, pur sapendo che le sarebbe bastato riaprirli e tutto sarebbe ridiventato la prosaica realtà». Quest'ultimo aggettivo, a ben vedere, è carico di significati. Se da un lato, infatti, Carroll considera l'infanzia (incarnata da Alice) l'affascinante età dell'immaginazione e del mistero, dall'altro egli è perfettamente consapevole che sarebbe assurdo (così come assurdi sono i personaggi della sua storia) augurarsi di vivere in un mondo privo di senso. Nel reverendo Dodgson convivono perciò due nature: quella, onirica, di Alice e quella, razionale, della sorella. Questa ultima è tutt'altro che un personaggio secondario, e rappresenta per certi versi una trasfigurazione letteraria dello stesso Carroll, il quale si lascia solo parzialmente sedurre dall'incanto delle avventure fiabesche, rassicurato dall'idea che sia sufficiente riaprire gli occhi per uscire dal regno dei sogni.
Anche Alice, del resto, non rinuncia mai alla propria rigorosa razionalità, che si esprime soprattutto attraverso il pignolo rispetto di tutte le formalità tipiche della tradizionale educazione vittoriana. E il motivo è che un mondo senza tempo, dove non vige il principio di causalità e sono stravolte le più elementari leggi della fisica, non è un luogo poi così ospitale. La ribellione finale di Alice è in tal senso un chiaro indizio: pur essendo affascinante sprofondare, una tantum, in un fantastico regno di fantasia, alla lunga è sempre consigliabile tenere i piedi ben saldi a terra. Solo in questo modo è possibile che la «prosaica realtà» si trasformi in un Paese delle Meraviglie. Un Paese che – forse al di là delle intenzioni di Carroll – somiglia molto più a una terra promessa per adulti che non a un paradiso da fiaba per bambini.

Appuntamento ogni sabato su Prima Pagina con la rubrica All'apparir del vero

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