mercoledì 22 ottobre 2014

«L’arte di essere felici»: la riflessione di Schopenhauer su come «vivere passabilmente»

(articolo apparso su Prima Pagina del 18 ottobre 2014)

Arthur Schopenhauer non era certo un tipo allegro. Austero, misantropo e campione di pessimismo, molti studenti lo considerano – in parte non a torto – il Leopardi della filosofia, un autore, cioè, che è obbligatorio leggere sui banchi del liceo, ma che – volendo utilizzare il gergo giovanile – porta un po’ sfiga. Se poi si aggiunge che il suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, è un mattone onestamente piuttosto complesso, ecco che la frittata è fatta: nell’opinione della gente comune, chi legge Schopenhauer deve avere senz’altro qualche serio problema.
Eppure, anche se pochi lo sanno, spulciando tra le carte postume del filosofo tedesco, è emerso che Schopenhauer aveva a cuore anche un certo tipo di riflessione che, sicuramente, ai nostri occhi risulta parecchio accattivante: si tratta della cosiddetta eudemonologia (o eudemonica), ovvero – come egli precisa – di quella dottrina che «dovrebbe insegnare a vivere il più felicemente possibile». Il che ci porta ad una constatazione quantomeno bizzarra: lo stesso autore pessimista per antonomasia si occupò (tra le varie cose) dello studio dell’arte di essere felici. Il risultato della sua indagine sono cinquanta massime di vita (di varia lunghezza: alcune sono riflessioni complesse, altre semplici aforismi), che in italiano sono state raccolte in un volumetto dal titolo L’arte di essere felici, pubblicato da Adelphi nel 1997.
Schopenhauer parte da una considerazione fondamentale. Per poter apprendere un modo saggio di vivere, occorre rispettare due condizioni: rifuggire tanto da un atteggiamento stoico, quanto da un agire machiavellico. Argomenta, infatti, il filosofo: «Non la prima via, quella della rinuncia e della privazione, [è praticabile] poiché la scienza deve regolarsi sull’uomo comune, che è troppo colmo di volontà […] per cercare la sua felicità in questo modo. Non la seconda, il machiavellismo, cioè la massima di raggiungere la propria felicità a spese della felicità altrui, poiché proprio nel caso dell’uomo comune non si può dare per scontata la presenza della ragione necessaria a questo scopo».
Fatta questa premessa, Schopenhauer precisa che, di per sé, «una felicità compiuta e positiva è impossibile» (si tratta di un concetto più volte ribadito, come per esempio nella massima 22: «Il principio primo dell’eudemonologia è che questa espressione è un eufemismo e che “vivere felici” può significare solo vivere il meno infelici possibile, o, in breve, vivere passabilmente»): ma ciò non impedisce all’uomo di darsi da fare per ridurre al minimo le sofferenze e vivere in pace. Le massime del trattatello costituiscono, pertanto, un agile strumento per avvicinarsi a quello che il filosofo considera il bene supremo: la serenità dell’animo. La quale, è bene sottolinearlo, è comunque vincolata alla salute fisica, senza la quale ogni discorso sulla felicità risulta inutile.
Procediamo dunque con l’analisi – che effettueremo in maniera “libera”, senza citare di volta in volta la numerazione corrispondente – di alcune tra le massime più significative. La prima di esse somiglia molto ad un avvertimento: dal momento che la felicità, concretamente, è un’illusione, mentre la sofferenza ed il dolore sono assolutamente reali, nella ricerca della serenità è bene preoccuparsi, più che altro, di sfuggire a questi ultimi. Al riguardo, prosegue Schopenhauer, un utile consiglio è evitare l’invidia e pensare sempre a chi sta peggio, senza farsi ossessionare da chi sembra esageratamente felice. Fondamentale, poi, è conoscere se stessi. Ognuno, infatti, ha esigenze personali e specifiche, ed è inutile, oltreché dannoso, fingere di volere ciò che in realtà non si desidera. «Un uomo – scrive il filosofo – deve [...] sapere ciò che vuole e sapere ciò che può. [...] Conosciamo del pari la natura e la misura delle nostre forze e delle nostre debolezze, e ci risparmieremo perciò molti dolori».
Inutile però farsi delle illusioni: il dolore fa parte della vita (di cui è una componente essenziale), ed è indispensabile accettarlo. Quanto alla felicità, essa può essere avvertita concretamente solo nel momento in cui sopraggiunge un mutamento gradito; ma poi, inesorabilmente, svanisce, allo stesso modo di come una grande sofferenza fa passare totalmente in secondo piano ogni piccola sgradevole difficoltà. Il punto è che lo stato d’animo di una persona è subordinato alle sue aspettative per il futuro, giacché è l’avvenire che condiziona il presente (e non il contrario). Ne consegue, quindi, che la felicità si basa sulla previsione (ingannevole) che il futuro sia lieto e che «ogni giubilo smodato […] riposa sempre sull’illusione di aver trovato nella vita qualcosa che non vi si può affatto incontrare, cioè una durevole soddisfazione dei tormentosi e sempre rinascenti desideri o cure». È pienamente condivisibile, pertanto, la conclusione cui giunge Orazio in un passo delle Odi: «Nei momenti difficili ricordati di conservare l’imperturbabilità, e in quelli favorevoli un cuore assennato che domini la gioia eccessiva».
La dipendenza dell’oggi dal domani non deve, tuttavia, trasformarsi in un’ossessione. Infatti, se è vero che non bisogna concentrarsi, come fanno gli sconsiderati, solo sul presente, è altresì evidente che «coloro che, animati da una continua tensione, vivono solo nel futuro, guardano sempre avanti e corrono incontro con impazienza alle cose che sopraggiungono come alle sole che porteranno la vera felicità, lasciando intanto passare inosservato il presente senza goderne, assomigliano all’asino italiano di Tischbein, con il suo fascio di fieno appeso davanti al muso che ne accelera il passo». Occorre pertanto moderazione nel guardare avanti nel tempo, anche perché l’assillo delle conquiste future rischia di confondere le idee su un aspetto cruciale del vivere: ovvero che, siccome «ogni felicità e ogni piacere sono di genere negativo, mentre il dolore è di genere positivo, la vita non ci è data per essere goduta, ma per essere sopportata».
Schopenhauer ritiene, in sostanza, che per vivere serenamente sia necessario sgombrare il campo da equivoci: è estremamente pernicioso, a suo parere, farsi fuorviare dall’ipocrisia di un mondo che diffonde continuamente il più sfrenato ottimismo, giacché è evidente, per esperienza, che i piaceri sfuggono, sono transeunti, mentre la sofferenza ha radici profonde, e permane. Chi guarda al futuro prospettando per se stesso un avvenire forzatamente sereno è destinato necessariamente a patire, non essendosi adeguatamente preparato a sopportare il dolore (che è inevitabile sopraggiunga, prima o poi); chi invece accetta la sofferenza come parte dell’esistenza va incontro a minori sorprese, e riduce sensibilmente lo stordimento provocato da una sventura improvvisa. Al riguardo, Schopenhauer riprende una frase di Goethe: «Chi vuol liberarsi di un male sa sempre quello che vuole; chi vuole invece qualcosa di meglio di quel che ha, è assolutamente cieco». E, da par suo, aggiunge che chi si affanna alla ricerca di un’inconsistente felicità positiva è paragonabile a un cacciatore che insegue «una selvaggina inesistente». Evitare i mali, pertanto, è il solo modo per vivere con serenità.
Da vecchi, prosegue il filosofo, tutto è più semplice, giacché mentre in giovinezza si va ostinatamente alla ricerca della felicità, «nella seconda metà della vita al posto dell’aspirazione alla felicità sempre insoddisfatta subentra la preoccupazione per la sventura, ma trovarvi rimedio è possibile: infatti a questo punto siamo finalmente guariti dal presupposto ora ricordato e cerchiamo solo la quiete e la maggiore assenza di dolori possibile». La vecchiaia, pertanto, è per Schopenhauer l’età più favorevole alla conquista della serenità dell’animo, dal momento che essa placa, in generale, i desideri, sostituendoli col bisogno di comodità, sicurezza e riflessione. Lo studio, per esempio, è un ottimo e gratificante passatempo in grado di allietare le giornate della persona anziana, se non altro perché pone degli obiettivi a chi, per questioni di età, corre costantemente il rischio di farsi sopraffare dall’ozio. Tutti, del resto, devono tenersi impegnati, dal momento che «svolgere un’attività, dedicarsi a qualcosa, o anche solo studiare sono cose necessarie alla felicità dell’uomo».
In definitiva, è essenziale che un uomo assecondi la propria indole, che sappia ascoltarsi e che usi moderazione nell’aspirare alla felicità. Scrive, verso la fine del trattatello, Schopenhauer: «Proprio perché nella vita il dolore è prevalente e positivo, mentre i piaceri sono negativi, chi fa della ragione il filo conduttore del suo agire, e quindi in tutto ciò che si prefigge riflette sulle conseguenze e sul futuro, dovrà spesso applicare il sustine et abstine e sacrificare piaceri e gioie per assicurare la massima assenza possibile di dolore in tutta la vita». E, nell’ultima massima, conclude che la felicità dipende «da ciò che siamo, dalla nostra individualità, mentre per lo più si tiene conto solo del nostro destino e di ciò che abbiamo».

Appuntamento ogni sabato su Prima Pagina con la rubrica All'apparir del vero

1 commento:

  1. Mi è servito tantissimo per la mia tesina :) grazie grazie

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